Storia a 23 mani 17/09/2026
Una storia nata nella nostra chat IRC, scritta la sera del 17 settembre 2026 da chi in quel momento era in ascolto. Ognuno ha aggiunto la propria riga, a ruota libera, senza sapere dove sarebbe andata a finire. Il risultato è questo: un delitto, un castello, un testamento e ventitré mani diverse che lo hanno scritto insieme.
La sala da pranzo del Castelletto di Montebenichi era avvolta in un silenzio irreale, rotto solo dal ticchettio metallico del vecchio orologio a pendolo e dal brusio sommesso dei lampadari di cristallo.
Sulla tavola imperiale, i calici di cristallo riflettevano la luce tremula delle candele, illuminando i volti tesi dei sette ospiti.
Nessuno, in quel momento, osava toccare i flute di cristallo o assaggiare l’antipasto appena servito. A capotavola, accasciato in avanti con la testa elegantemente reclinata accanto al piatto d’argento, c’era Lord Evaristo Benichi il padrone di casa.
Il magnate non avrebbe più pronunciato una sola delle sue taglienti battute. Sulla tovaglia bianca, una macchia scura e densa iniziava ad allargarsi, mentre la porta della sala si richiudeva bruscamente alle spalle del sommelier.
Nessuno, tra gli ospiti seduti intorno al tavolo, ha ancora notato il piccolo foro scuro, sul risvolto della giacca di velluto del Lord, né il veleno che ha gelato il suo sorriso beffardo. La porta d’ingresso è sbarrata dall’interno: l’assassino è seduto a questo stesso tavolo.
Il delitto era appena stato commesso. La cena era ufficialmente iniziata.
BIBI
Ad un certo punto un urlo agghiacciante squarcia il silenzio, madame Lechat, amante segreta del malcapitato, si era accorta dell’omicidio e pareva un fantasma col volto bianco per il terrore! Oltre all’amore perduto, c’erano troppe questioni irrisolte che avrebbero potuto mettere in pericolo la sua reputazione, la sua fortuna e la sua stessa vita.
ARIANNA
In quel momento Madame Lechat dopo essersi chinata verso il Lord, le sue mani non tremavano per il dolore….ma perché stringevano qualcosa, che aveva appena sfilato dalla sua giacca: un piccolo foglio color avorio piegato.
Non era una lettera d’amore, era l’atto di vendita del Castelletto firmato con un nome che non è quello di Lord Benichi.
Madame Lechat urla ancora, ma ora il suo urlo ha un’altra nota…non è più terrore….
NAKA
ma pura, feroce rabbia. Gli occhi della donna saettarono veloci lungo la tavola, inchiodandosi su uno dei commensali, mentre serrava il pugno fino a sbiancarsi le nocche e stropicciare la pergamena. Prima che potesse pronunciare quel nome maledetto, un colpo secco e metallico risuonò sotto il grande tavolo di noce. Tutte le candele si spensero all’unisono, inghiottite da una corrente d’aria improvvisa. Nel buio pesto della sala blindata, qualcuno tirò bruscamente il fiato, poi il rumore sordo di una sedia rovesciata sul pavimento.
ALBATROS
Nel frangente una delle due domestiche, Clodine, la più piccola, nel correre verso Madame Lechat, senza farsi notare, mise tra le mani della padrona un simile foglio di carta, piegato allo stesso modo, ma quasi certamente con contenuto diverso da quello rinvenuto nella tasca del Lord.
LUANA
I respiri spaventati dei commensali rompevano il silenzio della sala. Si udirono dei passi incerti allontanarsi e poco dopo le luci si riaccesero. Gli invitati, alzatisi in piedi, si guardarono attorno pietrificati da quanto accaduto. Nessuno aveva il coraggio di parlare ma d’un tratto Madame Charlotte sbiancando si accasciò a terra, inerme.
CLOUDFATA
Clodine si chinò al fianco della sua padrona, per vedere se poteva aiutarla, ma, senza speranza, si rese conto immediatamente che non c’era più nulla da fare.
A quel punto, la domestica prese in mano il foglietto per riuscire a leggere il messaggio nascosto. Con un colpo di scena, però, anche lei rimase pietrificata: non si sarebbe mai aspettata un’informazione del genere.
FABBRO
L’atto di vendita del castelletto risultava nullo.. sul retro del foglietto c’era una postilla che nessuno aveva notato..i suoi occhi iniziarono a roteare nervosamente.
CARAMELLA
Clodine la lesse una seconda volta, lentamente, come se le parole potessero cambiare davanti ai suoi occhi.
«La proprietà passerà al legittimo erede di sangue della famiglia Benichi soltanto alla morte di Lord Evaristo. Qualora la sua morte avvenga per mano altrui, l’intero patrimonio sarà devoluto a…»
La frase terminava con un nome.
Clodine sentì il sangue gelarsi nelle vene.
Conosceva quel nome.
Sollevò lo sguardo verso i commensali.
ANIMABELLA
«La proprietà passerà al legittimo erede di sangue della famiglia Benichi soltanto alla morte di Lord Evaristo. Qualora la sua morte avvenga per mano altrui, l’intero patrimonio sarà devoluto a Patrick.»
Il silenzio della sala da pranzo divenne all’improvviso soffocante. I calici di cristallo brillavano sotto la luce del candelabro, illuminando i volti ignari o forse colpevoli delle persone sedute a quella tavola. La mano di Clodine tremò impercettibilmente mentre stringeva la pergamena ingiallita. Quel nome, Patrick, cambiava ogni cosa, trasformando un semplice testamento di famiglia in una condanna a morte già scritta.
Facendo un passo indietro…
Lord Evaristo, seduto al capotavola, tagliava la sua carne con la solita flemma aristocratica, del tutto inconsapevole che l’uomo alla sua destra, il fedele amico di una vita, era appena diventato il primo indiziato della sua futura scomparsa. Gli sguardi dei commensali si incrociarono per un istante fugace. Clodine cercò di cogliere un segnale, un tic, un lampo di avidità negli occhi di chi sapeva già quale segreto fosse custodito in quell’ultima riga.
AURA
Un sussurro strozzato ruppe la tensione quando un profilo scuro si mosse lentamente lungo la parete, sfruttando le lunghe ombre proiettate dalla luce nervosa delle candele. Clodine trattenne il respiro, stringendo la pergamena contro il petto mentre il nome Patrick echeggiava ancora nella mente di tutti i presenti. Dalla sedia accanto alla sua, il signor Patrick non aveva tradito alcuna emozione: il suo volto era rimasto perfettamente immobile, illuminato solo dal bagliore fioco delle candele che iniziavano a consumarsi. Improvvisamente, un tintinnio metallico provenne dal fondo della sala: un secondo bicchiere di cristallo, lasciato colmo di vino rosso, si era incrinato da solo, dividendosi in due metà esatte.
Nessuno aveva toccato il tavolo, eppure il liquido scuro cominciò a scorrere lentamente verso il posto occupato da Madame Lechat, creando una scia simile a quella lasciata dal veleno del padrone di casa. La giovane domestica capì allora che la partita non era ancora conclusa e che il vero pericolo si trovava a pochi centimetri da lei, nascosto dietro un finto sorriso di circostanza.
Alexandra
Tutti gli occhi erano puntati come baionette affilate verso l’amico di infanzia e socio in affari di Lord Evaristo. Patrick era il perfetto capro espiatorio per questo omicidio: l’agognata prematura dipartita del padrone di casa e il predestinato erede incolpato dell’omicidio. Se Patrick fosse stato incolpato del delitto, sicuramente l’eredità sarebbe stata assegnata al prossimo in linea di successione.
E questo Patrick lo sapeva bene, mentre aveva assistito ai terribili eventi di quella macabra serata. Non si trattava di un delitto passionale o di una vendetta privata: c’è in gioco l’eredità e il possesso dell’intera dimora. Qualcuno al tavolo ha mentito sulla propria identità. Ma Patrick non è un uomo che si lascia sacrificare facilmente. Ha visto lo stesso dettaglio notato da Clodine: quel sorriso beffardo, fugace e spietato, comparso sul volto di uno dei commensali proprio mentre il Lord esalava l’ultimo respiro. Quella smorfia di trionfo ha tradito l’assassino, rivelando che dietro la maschera di un ospite insospettabile si nasconde un impostore venuto a reclamare il Castelletto.
SMERALDA
La postilla, tracciata con un inchiostro fresco e ancora lucido, nominava come unica erede universale proprio lei: Clodine. Il sangue le pulsò feroce nelle tempie mentre realizzava che la trappola non era scattata solo per Madame Charlotte, ma per l’intera dinastia dei Benichi.
Sentì su di sé il peso di sei paia d’occhi puntati alla cieca, affamati di risposte e pronti a sbranarsi a vicenda. Nascose il foglio nella manica del grembiule prima di alzare lo sguardo, ma nell’ombra vicino alla credenza scorse un bagliore: qualcuno, immobile alle spalle del gruppo, stava ricaricando lentamente un piccolo meccanismo a molla. La porta era ancora sbarrata, e il vero padrone del gioco non aveva ancora finito di servire la sua vendetta.
Cap nemo
Tutti i commensali sono il possibile assassino, ognuno diffida degli altri, tranne l’assassino che deve mascherare il suo stato d’animo.
Occhi che si fissano passando in rassegna ogni sguardo. Un fulmine illumina la notte e un tuono vicinissimo fa scuotere le imposte, il suo bagliore riflette all’interno del salone disegnando sulle pareti ombre.
EVAN
Nella stanza era tornato un silenzio surreale, silenzio che aveva fatto da leitmotiv a tutta la serata. Silenzio che si era fatto prepotentemente spazio subito dopo i logori convenevoli consumatisi prima della cena…logori come ormai lo erano i rapporti tra i commensali.
Lontani ormai i tempi in cui queste serate erano riempite da risate, chiacchiere che trasudavano allegria e complicità ed aria di festa. Tutto aveva lasciato spazio solo a formalità e diffidenza.
Cosa era successo a quel gruppo di persone, legate tra loro da sentimenti di varia natura ma intensi ed autentici?
Era questo quello che passava nella mente di Clotilde, mentre continuava a stringere nel pugno quel foglietto.
I suoi pensieri ora avevano preso il ritmo del temporale che imperversava fuori. Il rumore ritmico della pioggia guidava i suoi pensieri, come il rumore della risacca del mare calma le menti e le anime delle persone che, stanche, si abbandonano alle sue rive per riposare e calmare i pensieri.
Stanca anche la sua mente, di una stanchezza innaturale che iniziava a pervaderla.
I pensieri si facevano meno lucidi ed il corpo sempre più rigido. In mano stringeva ancora quel biglietto, con l’inchiostro ancora fresco…
Tic tac…tic tac…il vecchio orologio a pendolo ritornava prepotente a risuonare nella stanza.
Le ventitré…tic tac…tic tac…la mano di Clotilde che stringeva quel foglietto iniziava ad assumere un colore violaceo, simile al cielo tempestoso notturno là fuori, squarciato dal bagliore dei lampi.
Un rivolo di saliva cominciava a scenderle dalla bocca, dal lato della mano in cui Clotilde stringeva il foglio ripiegato; la saliva si trasformò molto presto in schiuma accompagnata da convulsioni. Il corpo iniziò ad irrigidirsi ed un torpore le pervase mente e corpo…
Tic tac…tic tac…forse non era solo inchiostro fresco…
Tic tac…tic tac…
VENGO NELLA MENTE
Era il rintoccare della vita che ormai le presentava il conto, imperturbabile, scandito dai battiti che inizialmente accelaravano senza un apparente motivo, tic tac, tic tac… Per poi rallentare inesorabilmente sempre di più fino a fermarsi. Gli occhi vitrei, segno della vita che va via, i commensali apparentemente inorriditi e spaventati come se nessuno sapesse cosa stesse succedendo. Ma non per tutti è così, qualcuno è carnefice e al momento sta mescolandosi allo sgomento e terrore degli amici nella speranza di uscirne pulito.
DOMINO
I commensali si guardavano cercando di capire cosa stesse accadendo, la tavola imbandita, i camerieri in attesa del segnale per servire la cena, fuori dai vetri i fulmini squarciavano il cielo. Finalmente il segnale: si poteva cominciare la cena.
CARON DIMONIO
«Chiunque seduto a quella tavola sapeva che non poteva sottrarsi a quella che era divenuta una cena con delitto. Ansia, paura, smarrimento e confusione: questi erano gli stati d’animo che attanagliavano i commensali. E qualcuno, nell’ombra, tramava.»
LUCILLA
A questo punto la domanda è: chi di loro ha ordito e pianificato una simile carneficina?
Solo ed unicamente chi avrebbe non solo tratto profitto ma soprattutto placato la sua sete di vendetta, e la persona in questione attendeva immobile. Chi architettò il tutto sapeva del testamento e ne conosceva tutti i dettagli con i relativi risvolti e quindi, magistralmente, promettendo una parte dell’eredità, contattò chi poteva essere d’aiuto: una persona ignara che poi, a sua volta, sarebbe passata a miglior vita.
Spillino
Chi poteva desiderare così profondamente la morte del Lord? Il movente dell’eredità non poteva essere l’unica ragione per cui Lord Evaristo Benichi uscisse di scena così velocemente. L’eliminazione del magnate, probabilmente amato da pochi e odiato da molti, ha risvegliato in ognuno dei presenti i più profondi e inaspettati dubbi e incertezze: ognuno nascondeva, dietro le proprie maschere, le più vili falsità. Tutto diventava sospettabile, e si correva il rischio di vanificare ogni possibile strada per arrivare a smascherare il vero colpevole di questo efferato delitto.
Giusy
Mentre il temporale continuava a picchiare sui vetri, svelando ad ogni lampo i volti paralizzati dal terrore, gli sguardi dei superstiti s’incrociavano in un silenzio ormai insostenibile. Ma l’ingranaggio perfetto architettato dall’assassino rischiava ora di incepparsi: nella fretta di completare la carneficina e far tacere il complice ignaro, un piccolo dettaglio era stato trascurato, un’ombra nell’ombra sfuggita al suo controllo. Il piano per intascare l’eredità e placare quella vecchia sete di vendetta non era più così invisibile. La maschera del carnefice stava per cadere, proprio ad un passo dalla verità.
odioso9
L’inganno non crollò per mano dei vivi, ma dei morti. L’assassino, convinto di aver eliminato ogni testimone scomodo, non aveva fatto i conti con lo specchio antico nel salone. Dietro il vetro argentato non c’era solo piombo, ma una vecchia telecamera di sicurezza a circuito chiuso, installata dal vecchio patriarca prima di morire, proprio per proteggere l’eredità dai lupi. Mentre la tensione toccava il culmine, la luce tornò improvvisamente, attivando lo schermo sopra il camino. Le immagini della carneficina iniziarono a scorrere in loop. Gli occhi di tutti si voltarono verso l’insospettabile Elena, figlia di secondo letto di Lord Evaristo, che stringeva ancora tra le dita tremanti il calice di vino. Capendo di essere spacciata, Elena non urlò; accennò un sorriso freddo, bevve l’ultimo sorso avvelenato e sussurrò: «Nessuno di voi mi vedrà mai in catene».
Un tonfo sordo, ed Elena, l’assassina, crollò al suolo, privata per sempre della sua vendetta. I superstiti, tremanti, videro la pergamena a terra che riportava tutti i segreti. I superstiti si guardarono in un silenzioso accordo. Senza aprire l’ultimo testamento, lo bruciarono nella bacheca del camino e si dissero: «Ora siamo liberi».
FINE